Paolo Viberti vegano… da corsa

Paolo Viberti, 57 anni, giornalista sportivo, parla della sua decisione di diventare vegano come di un atto singolare, persino bizzarro, dettato da quello che lui stesso definisce un eccesso di narcisismo. Vediamo di capire meglio in che senso.

 

Paolo Viberti

Paolo Viberti in azione

A quando risale la svolta?

A circa otto mesi fa.

Cosa scatta nella mente per dire a se stessi che vegano è meglio?

Un desiderio che viene da dentro, credo una necessità come non buttare la carta per terra o chiudere il rubinetto dell’acqua mentre ci si lava i denti per poi riaprirlo solo quando c’è da sciacquare lo spazzolino…

Ma vegano per dieta o vegano per cosa?

No, la dieta non mi riguarda. Sono alto 184 centimetri e peso 72 chilogrammi. Giusto così, quindi: l’importante è continuare a riuscire a scalare le montagne più importanti del Giro d’Italia e del Tour de France pedalando sulla mia bicicletta da corsa. Nessuna necessità di perdere chili, quindi, ma qualcosa di più impellente.

Che cosa?

L’amore per gli animali. E un’improvvisa consapevolezza che ti fa dire d’un tratto che la vita si divide in due grandi momenti…

Quali, se è lecito?

Il primo è quello della conoscenza, il secondo è quello della testimonianza. In altre parole, prima si vive per conoscere e poi anche per mettere in pratica ciò che si è conosciuto.

E quale conoscenza l’ha portata a diventare vegano?

Amo gli animali, li ho visti maltrattati spesso e in modo irritante quando avevo una scuderia da corsa come proprietario e guidatore delle corse al trotto. Anche lì prima conobbi e poi testimoniai. E così, dalla sera alla mattina, decisi di smettere perché per continuare avrei dovuto maltrattarli, i miei cavalli. Non soltanto amarli e guidarli in corsa.

Sì, ma perché di colpo vegano? Non sarebbe stato meglio un passo intermedio come vegetariano?

La testimonianza è assoluta e l’applicazione è totale. E poi, per carattere, sono sempre stato eccessivo nelle mie scelte. Quando vado in bici, scalo il Tourmalet. Quando scrivo un libro, è la Storia delle Olimpiadi. E’ un modus vivendi: emoziònati, ergo sei…

E’ una privazione, il suo essere vegano?

No, una gioia. Quando mi alzo da tavola pensando che magari ho contribuito a non far uccidere un qualsiasi animaletto, beh, sono contento davvero. Sarà banale, ma è così.

Come giornalista sportivo lei viaggerà parecchio: come la mettiamo quando è fuori per servizio?

Talvolta l’impresa si fa ardua. D’inverno, per esempio, seguo la coppa del mondo di sci e dunque spesso mi reco in Germania o in Austria, dove i menu sono quasi esclusivamente a base di carne e dove come condimento regna sovrano il burro. Me la cavo con tante verdure, ma non è sempre facile.

Consiglierebbe la cucina vegana?

Sì, perché senza grassi animali si possono recuperare alcuni sapori che diversamente sarebbero banditi, perduti. Per esempio: una volta disintossicato il gusto, potere recuperare la voluttà del buon olio crudo su una fettina di pane abbrustolito… O la semplicità di un bel piatto di spaghetti in bianco conditi soltanto con il lievito in scaglie e un cucchiaio d’olio d’oliva? E poi ho riscoperto la ricchezza dei tanti semi che prima mi erano estranei e sconosciuti, dal sesamo al lino, dal girasole alla zucca… Insomma, sto bene davvero.

Sì, ma il piacere di una bella bistecca….

Sì, ma un seitan in crosta? Vale una fiorentina, lo giuro.

Lei ha perso ulteriormente peso?

Per nulla, e neppure ci penso. Mi piace troppo mangiare. E non mi tengo affatto a tavola. Risultato? Non ho preso un etto, ma in compenso mi sembra di essere più leggero. Sarà un processo di redenzione…

Paolo Viberti

 

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