Buoni o cattivi? Soprattutto conformisti

Obbedire all’autorità e seguire il gruppo sono fra i principali comportamenti sociali con cui ci si conforma a una situazione nella quale ci si sente sollecitati o giudicati o chiamati in causa o attesi a una scelta che comporti la manifestazione del nostro modo di essere e/o l’espressione del nostro pensiero. La percezione di una dissonanza fra la richiesta più o meno esplicita ad adeguarsi e le nostre convinzioni e valori provoca disagio e incertezza, ed è generatrice di ansia profonda. La soluzione più adottata è il conformismo, capace di garantire in poche battute una qualche rassicurazione e il detensionamento pur parziale e temporaneo del conflitto interiore, operazione non priva di conseguenze e costi. Quando ci si sente soli e diversi, difendere e testimoniare le proprie idee e i propri atti di fronte a una maggioranza è psicologicamente molto impegnativo, e causa di stress. Ci vengono in soccorso le istanze morali che ci fanno proclamare: Io non lo farei mai!

Esiste un’inclinazione fondamentale dell’animo umano, un tratto di personalità originaria e comune a tutti? Certo siamo fragili, paurosi, deboli e confusi oltre ogni consapevolezza e ammissione, facilmente condizionabili, ma ciò è uno degli aspetti della nostra prosocialità, dell’essere animali sociali. E’ annosa la questione su che cosa determina e decide i nostri comportamenti. Le circostanze o l’indole? Detto banalmente: siamo intimamente buoni o cattivi? Prevale in noi la natura con le sue forze ancestrali, o il portato culturale della nostra educazione? L’argomento può sembrare ozioso, specialmente se vi applichiamo le cosiddette teorie ingenue della mente, in base alle quali ci aspettiamo dagli altri comportamenti coerenti e dettati dalla razionalità. Non è così.

Si può parteggiare con Rousseau che credeva nella superiorità etica del buon selvaggio in un ipotetico stato di natura in cui per armonia, calma di passioni e ignoranza del vizio gli fosse sconosciuta la malvagità prodotta dalla cultura; oppure con Hobbes che difendeva la superiorità dell’uomo civile su quello selvaggio, di una convivenza organizzata che limiti i conflitti e tenga in soggezione le spinte distruttive con cui ogni individuo naturalmente prevarica il suo simile; o con Montaigne e il suo relativismo di ogni valore di giudizio su usi e costumi morali così dipendenti dalla struttura sociale. Poi arriva Freud a smantellare il mito della coscienza e del suo presunto controllo sulle operazioni mentali, rivelando che sotto di esse c’è un fondo oscuro primitivo arcaico che le condiziona e scompagina, spesso smentendone l’intera costruzione.

Ecco due famosi studi di psicologia sociale imperniati su questi temi, dagli esiti sorprendenti.

The Milgram obedience experiment

The Milgram obedience experiment

Nel luglio 1961 lo psicologo sociale Stanley Milgram della Yale University costruisce un esperimento per studiare l’aggressività e l’obbedienza all’autorità, articolato in più variabili e situazioni-stimolo. Con un’inserzione sul giornale locale recluta dietro modesto compenso un campione rappresentativo di cittadini americani per uno studio (così vien detto) sulla memoria e i meccanismi di rinforzo nell’apprendimento. Ogni volontario è presentato a un tranquillo uomo di mezza età spacciato per un suo collega, ma in realtà complice dello sperimentatore. Un sorteggio truccato assegna al volontario il ruolo di insegnante e al complice quello dell’esaminato, che dietro la paratia di una stanza di laboratorio (nel format più studiato lo si sente ma non lo si vede) deve memorizzare coppie di parole che l’insegnante gli propone, stimolandolo negativamente in caso di errore con scosse elettriche (naturalmente finte) inflitte per mezzo di manopole e leve disposte su un pannello indicanti scariche progressive da 15 a 450 volt, corredate da etichette che ne esplicitano gli effetti, da Scossa lieve a Attenzione, dolore! a Rischio di choc, fino a un oscuro inquietante XXX; al suo fianco lo sperimentatore (lo stesso Milgram) in un autorevole camice bianco di ordinanza guida la seduta. Con il pretesto di controllare l’efficienza dell’apparecchio, ma in realtà come conferma di verosimiglianza, anche al docente viene somministrata una scarica a basso voltaggio. Gli accordi sperimentali prevedono che dopo una prima fase tranquilla di risposte esatte l’allievo-complice inizi e continui a sbagliare, e reagisca alle scariche sempre più forti che gli arrivano simulando lamenti e poi gemiti e urla e pianti; l’insegnante manifesta perplessità, ansia crescente, resistenze, ma viene rassicurato dallo sperimentatore e invitato fermamente a continuare. Cosa che fa, nonostante l’evidente disagio e il desiderio di sottrarsi, punendo gli errori con scariche via via più forti, fino a che l’allievo si ribella e chiede fra gli spasimi di sospendere l’esperimento e urla disperato che non risponderà più alle domande; poi silenzio. L’insegnante mostra sollievo, pensando che sia tutto finito. Ma lo sperimentatore con scientifica indifferenza dichiara che il silenzio deve essere valutato come risposta sbagliata, e come tale punito: certo l’esaminato sente dolore, ma i danni che soffre non sono gravi né irreparabili, l’esperimento deve proseguire secondo il programma, ed egli ne assume ogni responsabilità. I soggetti tremano, sudano, balbettano, implorano di fermarsi, ridono nervosamente, si conficcano le unghie nella carne, si offrono persino di prendere il posto dell’allievo. Il conflitto pare insostenibile. Eppure la gran parte dei partecipanti prosegue nell’esperimento, nonostante la profonda repulsione. L’80 per cento di essi supera la soglia dei 150 volt (concordata per produrre la finta reazione di un dolore pressoché insopportabile), il 62,5 per cento infligge scosse sempre più intense fino al dosaggio massimo di 450 volt, l’intensità media rilevata delle scosse punitive supera i 300 volt. Lo stupefacente grado di obbedienza, che ha spinto i partecipanti a venir meno ai propri principi morali, è spiegato dalla garanzia rappresentata da una figura autoritaria ritenuta legittima: il soggetto non si considera più libero di fare scelte autonome, ma strumento per eseguire ordini; come esecutori di un volere altrui, non ci si sente moralmente responsabili delle proprie azioni.

The prison experiment

The prison experiment

Le dinamiche gruppali furono analizzate dallo psicologo sociale Philip Zimbardo in un esperimento realizzato nell’estate del 1971 alla Stanford University di Palo Alto, California. Fra i 75 soggetti maschi che risposero all’annuncio apparso su un quotidiano che cercava volontari per una non meglio precisata ricerca gli sperimentatori ne selezionarono 24, di età compresa fra i 17 e i 30 anni, di ceto medio, buon carattere e solido equilibrio mentale; a essi fu detto senza infingimenti che avrebbero partecipato a uno studio della durata di due settimane sui funzionamenti psicologici di gruppo e fra gruppi in una prigione simulata. Furono poi assegnati per sorteggio al ruolo di detenuto o guardia, e congedati con appuntamento. Il mattino dell’avvio della simulazione i prigionieri vennero inaspettatamente arrestati nelle loro abitazioni da poliziotti veri, che li identificarono, presero loro le impronte digitali e li condussero nel seminterrato dell’istituto di psicologia dell’università dov’era stato fedelmente riprodotto l’ambiente di un carcere, con tanto di celle a sbarre; lì i detenuti dovettero indossare ampie casacche con un numero impresso sul petto e sul dorso e un berretto di plastica; furono loro imposte catene alle caviglie. Alle guardie vennero fornite uniformi di stile militare, occhiali a specchio per nascondere lo sguardo, manganello, fischietto e manette. A nessuno dei volontari venne detto cosa fare o non fare, le loro interazioni erano confinate all’interno di quel luogo e della simulazione. Dopo soli due giorni si manifestarono in alcuni dei prigionieri seri disturbi da stress: quasi subito infatti le guardie avevano cominciato a imporre con assoluta discrezionalità regole e metodi oppressivi per il mantenimento dell’ordine, cui presto i detenuti si ribellarono rispondendo con violenza, strappandosi le divise di dosso, lanciando invettive e barricandosi all’interno delle celle, infine tentando un’evasione di massa che le guardie riuscirono a fatica a contrastare e cui reagirono con ritorsioni altrettanto violente, imponendo ai prigionieri pesanti umiliazioni e vessazioni, obbligandoli a portare sacchetti di plastica sulla testa, denudarsi, cantare canzoni oscene, mimare atti sessuali, defecare in secchi al cospetto dei compagni. Dopo tre giorni i detenuti parvero arrendersi, manifestando chiusura e disgregazione, scarsa o nulla reattività, sintomi depressivi, seri disturbi della sfera emotiva, difficoltà nel rapporto con i compagni e disorientamento nella comprensione del contesto ambientale, ormai del tutto passivi e insensibili all’imperterrito sadismo delle guardie. All’inizio del sesto giorno della simulazione (dei quindici previsti) Zimbardo allarmato decise di interrompere l’esperimento, con grande sollievo dei carcerati e malcelata contrarietà da parte delle guardie. Quel comportamento è chiamato deindividuazione: gli individui di un gruppo coeso tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali. La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera: essi si erano drammaticamente ma semplicemente adeguati al ruolo previsto per loro in quel contesto istituzionale.

Io non lo farei mai! Ne siamo davvero sicuri? Non sono gli stessi meccanismi che presiedono a consuetudini abitudini schemi mentali usanze, e in genere inducono a temere l’isolamento e a scegliere il conforto silenzioso della maggioranza?

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