Recensione del saggio “Manifesto Queer Vegan”

1414745977copertina QUEERTitolo: Manifesto Queer Vegan
Autore: Rasmus Rahbek Simonsen
Editore: Ortica Editrice Società Cooperativa
I° edizione italiana: Giugno 2014
Intervista all’autore a cura di Massimo Filippi e Marco Reggio.

Saggio in ultima analisi semplice per la sua tesi ma complesso per la psicologia e la filosofia ad essa sotteso (numerosi i riferimenti e la bibliografia ad essi correlata), questo libriccino apparentemente innocuo è capace di fare chiarezza e di far scattare la riflessione su numerosi e squisitamente scioccanti punti che il veganismo si è certamente posto non sempre riuscendo a fornire risposte complete o del tutto adeguate.
Alcune discussioni relative al mostrare posizioni esclusivamente etiche (le uniche peraltro definibili “vegan” ) o facenti ricorso a questioni salutistiche o più ampiamente ambientali in base alle potenzialità del nostro interlocutore, al presentarsi il più possibile “easy” o “friendly” quando non addirittura “conforme alla norma” o desiderosi di essere “istituzionalizzati”, al problema posto dalla sempre crescente offerta alimentare vegan nei supermercati che si trova a convivere col persistere di quella animale che mercifica corpi ed esistenze sono attuali ed assolutamente aperte, vere e proprie “ferite” che spesso stremano e privano di energie preziose.
Partendo dal presupposto che, qualora non si ritrovino a ridursi a sterile e stagnante ripetersi, tali questioni sono sempre importanti per chiarirsi progressivamente le idee, il “manifesto” di Simonsen propone una visione assolutamente “in divenire” della realtà e auspica conseguenti comportamenti “instabili” e “devianti” dei singoli, sostenuti tuttavia da una ferrea consapevolezza dell’artificiosità di ogni binarizzazione (di genere, di preferenze sessuali e in generale di ogni altra opposizione dualistica) e dalla volontà e necessità di scuotere il “tranquillo status quo, legittimato peraltro solo ed esclusivamente dal suo essere stato ribadito più e più volte a scapito di una vera evoluzione individuale e di specie.
Nel lasso di quarant’anni, da quando la questione animale è uscita dall’isolamento di singoli illuminati, molte cose sono cambiate: dal maldestro tentativo di rivalutare il non umano in virtù delle qualità comprensibili all’umano (razionalità, affettività palesi) in una scala di valori ancora antropocentrica e priva di basi logiche o scientifiche, alla progressiva presa di consapevolezza delle differenze (e delle similitudini) in quanto non fondanti una gerarchia, sino alla chiara e lucida critica all’antropocentrismo ed al rifiuto sociale e politico di ogni classificazione e stigmatizzazione.
In questo ambito si colloca il “veganismo queer” che, in quanto non interessato a rientrare in categorie (e a non farvi rientrare altri, umani e non umani) si pone l’obiettivo più alto e più ampio di evolversi costantemente, trascendendo la semplice alimentazione vegetale/carnea (quest’ultima tanto strettamente quanto fittiziamente legata soprattutto al genere  maschile ed al sistema patriarcale).
In quest’ottica non esistono progetti di comunità vegan ideali in un mondo vegan; non solo, almeno.
Il veganismo, pronto a negare se stesso nel momento in cui venga a cessare la “cultura” carnea (e quindi pronto ad uscire da una binarizzazione onnivoro/vegan) si estende ad una capacità personale di prendere posizioni di “disturbo” ogniqualvolta la libertà fisica e di pensiero si trovi a rischio di ingabbiamento, prescindendo sempre da tentativi di categorizzazioni arbitrarie.
In effetti è difficile trovare attivisti vegan contrari ai diritti omosessuali ed in generale al movimento queer, sebbene purtoppo ed erroneamente non valga sempre l’opposto.
Allo stesso modo delle caratteristiche di genere o delle preferenze sessuali, che, per quanto se ne dica, non sono una scelta, il veganismo non è uno stile di vita. Diversamente dovremmo infatti intenderlo come una possibilità fra tante, tutte egualmente rispettabili (ma di fatto non rispettose) depotenziandone il messaggio di liberazione.
Simonsen scrive invece del veganismo come di “irrinunciabile presa di posizione politica da parte di chi anticipa, qui e ora, la liberazione”.
Il movimento queer-vegan, tradotto come “straniamento” con tutte le sue valenze positive, “bizzarro”, “eccentrico”, “anomalo” come il movimento gay, lesbico o transgender, ri-significa qualità e terminologie intese dal senso comune come negative a causa del timore sociale nei confronti di quanto esce fuori dalla consuetudine; destabilizza la norma stessa rifiutando un’identità il cui non consolidamento non comporta immobilità (presunta stasi nella quale il senso comune tende a inquadrare e giudicare il “diverso”) ma proprio per il suo continuo divenire e le sue duttilità e flessibilità (che non sono mai compromesso) è già lotta di liberazione e testimonianza dall’ “a-venire” privo di schemi, binarizzazioni e tassonomie.
Al di là di ogni valore predominante arbitrariamente scelto, come il genere stesso, il veganismo può intraprendere la via dello “scandalo” perchè “crea infelicità rivelando le ragioni della stessa”, non essendo dunque causa ma chiara denuncia di quella sofferenza umana e non umana derivata dalla violenza, dal dominio e dalla normatività, della quale conseguentemente non intende impiegare mezzi e schemi.
L’empatia scaturita dalla comunanza dei corpi vulnerabili e mortali di noi viventi tutti è motore di ogni forma di azione e attivismo successivi: la contaminazione affettiva, fisica, la condivisione dello stesso mondo predispongono alla solidarietà ed alla convivenza pacifica.
Non importa in questa sede definire più o meno naturale ogni processo, sebbene la vita sembri a mio avviso tendere “naturalmente” alla conservazione della vita stessa in termini generali (più che della propria esistenza individuale). Contano i fatti: la sensibilità, la percezione di essere diversi e simili ad un tempo, la conoscenza fra individui estensibile alla pluralità di miliardi di altri individui non conosciuti, la contaminazione gli uni degli altri e viceversa.

Un libro fondamentale, per tutti; d’obbligo per i vegani.

Ma mi sento di aggiungere qualche parola, forse affinchè il testo non venga frainteso o preso pesantemente alla lettera (e non credo queste fossero d’altra parte le intenzioni del suo autore).
Non credo si possa imporre ai singoli attivisti vegan un’unica modalità d’azione; non credo neppure che un singolo attivista possa e debba comportarsi similmente in ogni situazione.
Non sappiamo con esattezza come sarà questo “a-venire”: se si passerà per tutti attraverso l’empatia e la comprensione o se si dovrà e riuscirà a giungere a proteggere la vita con opposizioni forti; non sappiamo se l’umano si fermerà prima di aver depredato ogni spazio ed ogni risorsa alle altre specie e agli individui più deboli della propria specie, se si dovrà così inevitabilmente passare per la carestia, la guerra o concludere con l’estinzione.
Ma in ogni azione occorre tenere bene a mente di non ricalcare senza coscienza gli schemi che ci hanno degenerati fino a questo punto, per non dimenticare mai le motivazioni vere e profonde che innescano le nostre reazioni ed il nostro attivismo.
Certo è che, come disse un giorno Ilaria Beretta, non abbiamo modelli da seguire, e quindi non abbiamo comportamenti certi da tenere.
E questo è un bene.

L’immagine del frontespizio del libro è stata scaricata da: www.orticaeditrice.it

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